Quando non c'erano refusi

October 4, 2018

 

Dalla fine dell'Ottocento fino a due terzi del Novecento, la macchina da stampa linotype fu l'invenzione creata per far fronte alla sempre maggiore necessità di accelerare la composizione dei testi tipografici destinati ai giornali per i quasi, in precedenza, si impiegava moltissimo tempo dovendo scegliere i caratteri minuscoli uno ad uno.

 

L'inventore della linotype fu Ottmar Mergenthaler, un tedesco emigrato negli Stati Uniti, la data della presentazione dell'invenzione al pubblico fu il 1886 e si può dire che, a partire da quel momento, la stampa si identificò con l'idea moderna di trasmissione veloce delle informazioni.


Il primo giornale a testare e a dotarsi di una linotype fu il New York Tribune, che ne fece quasi il suo marchio di fabbrica. Fu il direttore a battezzarla: la macchina metteva in riga (in inglese line) un carattere (type) dopo l'altro e da qui linotype.

 

La linotype veniva usata per la composizione di libri e quotidiani, occorrevano infatti matrici sempre diverse a ogni nuova uscita ed era impensabile produrle a mano, visto l'aumento esponenziale della richiesta del pubblico. L'invenzione di Mergenthaler era dotata di una tastiera con caratteri alfanumerici che potevano arrivare fino a novanta, tra lettere, segni ortografici e caratteri speciali. Sui primi tasti i caratteri erano impressi in bassorilievo, in modo che l'impiegato seduto davanti alla tastiera potesse lavorare anche in condizioni di  scarsa luminosità.

 

A quei tempi le linotype erano belle a vedersi, dotate di gradevoli rifiniture in metallo nero e argento, erano veri capolavori di artigianato e architettura industriale la cui realizzazione richiedeva abilità, tempo e cura per i particolari.

 

Il funzionamento della linotype era complicato, un incastro di  ruote dentate, cavi, tubi, dadi, viti e bulloni impressionant,e oltre che alla batteria di pistoni che funzionavano come una locomotiva. Il linotipista, seduto alla tastiera, premeva il tasto della lettera A e metteva in funzione il complesso meccanismo di ingranaggi che andavano a scegliere, tra le dozzine di piastrine con le lettere in rilievo, quella prescelta. La nostra A veniva quindi posizionata sulla riga di battitura, cioè sul testo che si andava a comporre situato davanti agli occhi del linotipista che così poteva correggere eventuali errori. Completata la riga, parola o frase con spazi, caratteri speciali e punteggiature, tramite una leva o un tasto speciale, dava il comando di "a capo" che costituiva anche l'ordine di fusione.


 

Le lettere scelte in sequenza andavano a fare da matrice per una miscela di piombo che si imprimeva sulle parole, creando la sequenza perfetta di quanto scritto. La matrice, una volta raffreddata, veniva espulsa dalla macchina in un blocchetto lungo e sottile e i tanti blocchetti così creati andavano a comporre il testo; messi insieme con apposite cornici d'impaginazione (per dare dimensioni, spaziature e margini), si preparava la tavola finale utilizzata come master, cioè il sorgente per le stampe, da inserire in apposite stampatrici come la Rotativa Marinoni già citata. Talvolta, dalla produzione della pagina all'inserimento nella stampatrice, venivano fatte altre due copie (positivo/negativo) per avere un sorgente in un unico blocco.

 

 Consorella della linotype era la monotype, specializzata nella composizione di testi lunghi o complessi per formattazione, per esempio romanzi, oppure tabelle e orari. La monotype funzionava con procedimento diverso, un sistema poi ripreso nei primi calcolatori: quello della perforatura di nastri.

 

Il monotipista digitava sull tastiera le lettere del testo che, al posto che comporre la singola riga, andavano a perforare una bobina di carta posta sopra la macchina come il rocchetto della macchina da cucire. Una volta concluso il proprio lavoro, smontava la bobina e la riposizionava sulla macchina compositrice. Quest'ultima riproduceva la battitura, preparando i testi come avrebbe fatto un linotipista ma qui le lettere erano separate: alla richiesta di lettera, infatti, la monotype liberava una letterina dal magazzino e quella stessa andava a comporre la riga come un master di stampa, ovvero come fosse un timbro.
 

La bobina consentiva di avere copia dell'originale e infiniti master di stampa del testo, che poteva essere ricreato in qualsiasi momento. Se aprite un qualsiasi libro più vecchio degli anni Settanta, non troverete un singolo refuso o errore di battitura. Se oggi lo fate con certi romanzi cartacei o digitali, resterete raccapricciati dai numerosi refusi, dai caratteri mancanti o da una battitura scorretta, per non parlare dell'italiano sgrammaticato e senza senso.

 

Come ho avuto modo di constatare, questa sembra la linea di condotta adottata da molte CE: sacrificare la qualità del prodotto in favore di una economizzazione del processo di stampa. “Tanto ci si arriva per senso...” sembra essere il comune denominatore dietro si cui trincerano le Case editrici. Ragionamento del tutto errato. Come avranno fatto in passato, quando si leggeva tanto quanto oggi ma si impiegava il quadruplo del personale? Non raccontiamoci la storia della crisi dell'editoria né quella economica: il secolo scorso ne ha viste tre di crisi economiche globali comprese quelle dell’editoria e i libri erano comunque privi di refusi.

 

A quei tempi, però, un autore che decideva di dare alle stampe il proprio manoscritto, aveva di fronte a sé almeno tre o quattro persone che lo controllavano e lo correggevano: l’editor, il correttore di bozze, il linotipista o il monotipista che le ricopiava e infine il proto, una figura ormai scomparsa di cui parla anche Guareschi in un suo racconto. Il proto, dunque, aveva il compito di controllare, a stampa avvenuta, che non ci fossero errori e lo faceva due volte, sia con la prima bozza che con quella ormai impaginata.

 

Oggi questi passaggi sono considerati uno spreco di tempo e, secondo la filosofia attuale, l’autore è abbastanza smart da saper leggere, scrivere e correggere se stesso. Visto che all’atto pratico così non è, vengono pubblicati orrori che circolano impunemente nelle librerie e sul web.

 

Dovrebbero essere i lettori e la critica a stroncare questi esempi evidenti di trascuratezza invece, di solito, si decide di leggere comunque perché “così fan tutti” o “il libro è piaciuto comunque”.Vi lascio un video recuperato su You Tube che racconta come si stampava un libro negli anni ’60. Una gran differenza...

 

 

 

Share on Facebook
Share on Twitter
Please reload

Please reload

Post Recenti
SEGUIMI SU ​

© 2023 by Samanta Jonse. Proudly created with Wix.com

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now