Repubblica di Venezia, anno Domini 1796

September 9, 2018

Nel mio romanzo storico Il Gioco dell'Inganno incontrerete una spia, al soldo della Repubblica di Venezia. Perché ho scelto la favolosa città millenaria e soprattutto gli ultimi decenni del XVIII secolo per ambientarvi il mio libro? 

 

Nel 1795 la Francia, instaurato il governo del Direttorio, pianificò una grande offensiva che avrebbe avuto come obiettivo l’attacco alle forze della coalizione contro il governo rivoluzionario. La conduzione della campagna d'Italia venne affidata al giovane e promettente generale Napoleone Bonaparte, che allora aveva ventisette anni.

 

Il 15 maggio del 1796 Napoleone entrò a Milano, il 17 maggio il ducato di Modena dovette accettare la firma di un armistizio. La Serenissima Repubblica di Venezia aveva mantenuto la tradizionale posizione di neutralità ma i suoi territori si trovavano sulla strada di Bonaparte, diretto a Vienna.

 

All'avvicinarsi dell'esercito francese, il Senato aveva provveduto a nominare un Provveditore generale per la Terraferma, con l'incarico accentrare e sovrintendere tutti i magistrati delle provincie, ma le difese non erano più quelle di un tempo: i territori della Serenissima vennero presto invasi da profughi in fuga dalla guerra e da truppe austriache in fuga, alle quali si aggiunsero le prime infiltrazioni di contingenti francesi. Napoleone, a questo punto, propose un'alleanza tra Francia e Venezia, cui però il Senato non diede risposta.

 

Venezia non si oppose all'attraversamento del  suo territorio da parte degli austriaci in fuga, ma negò viveri e aiuto alle forze asburgiche. La situazione si fece presto critica per la Repubblica: prima la vicina Lombardia, saldamente in mano al generale francese e poi, una a una, città nevralgiche e strategiche caddero in mano a Bonaparte come Peschiera, Desenzano e fu anche attraversato il confine del fiume Mincio. A nulla valsero le proteste della Serenissima, che si lamentava dei danni apportati dalle truppe francesi al loro passaggio: Bonaparte rispose minacciando di mettere a ferro e fuoco Verona e marciare su Venezia visto che secondo lui, aveva favorito i nemici della Francia.

 

Il 1 giugno 1796, la Serenissima acconsentì all'ingresso dei soldati francesi in Verona. I suoi territori divennero così campo di battaglia, fomentando la difficile convivenza tra truppe veneziane, gli occupanti francesi e la popolazione. Insomma, la neutralità era stata violata ma a nulla valsero le rimostranze o la coscrizione delle truppe o le tasse e i contributi volontari per provvedere al riarmo. Di fronte all'impellente minaccia, il Senato ordinò il richiamo della flotta, la coscrizione di contadini e l’aumento delle tasse provvedere al riarmo. Intanto Napoleone continuava la sua avanzata in Italia: invase anche la Romagna, appartenente allo Stato Pontificio, e acquisì il controllo del porto di Ancona. 

 

La mossa del generale Bonaparte spinse Venezia a rinnovare l'antichissimo decreto, che proibiva l'ingresso di navi straniere e armate nella laguna. La città sembrava infatti ormai dare per perduta la terraferma ma l’indecisione regnava sovrana, mentre le trattative diplomatiche cercavano di spingere Venezia ad accettare un'alleanza congiunta con la Francia e l’Impero Ottomano contro la Russia.

 

Le proposte francesi vennero respinte, mentre in città si ordinava la creazione di pattuglie notturne composte da cittadini per il mantenimento dell'ordine e della sicurezza. Nel corso dell'autunno e dell'inverno 1796 la presenza francese in Italia si andò rapidamente consolidando, in ottobre vennero costituite la Repubblica Cispadana e la Repubblica Transpadana mentre nella terraferma veneziana i francesi prendevano a poco a poco il controllo del sistema difensivo, città e fortezze. Venezia continuava a ordinare la massima collaborazione per evitare qualunque motivo di conflitto, Bonaparte spingeva alla rivolta di folti gruppi di giacobini locali. Il 29 ottobre gli austriaci tentarono una nuova offensiva, sconfissero i francesi a Bassano e due giorni più tardi entravano a Vicenza. Ma nel gennaio 1797 la situazione si ristabilì a favore di Napoleone. 

 

Conquistata Mantova, liberati dell'ultima sacca di resistenza asburgica, i francesi democratizzarono Bergamo che, su loro pressione, si ribellò all'autorità veneziana. Venezia temeva anche il ribollire di Brescia, città sulla quale erano in marcia i rivoluzionari bergamaschi. Napoleone intanto aveva vinto la battaglia contro l’arciduca d’Austria, vide finalmente spianata la strada dell'Austria.

 

Venezia provvide in quei giorni a mandare, alle città e castelli mantenutisi fedeli, primi provvedimenti difensivi: sbarramento delle lagune, ronde armate, richiamo delle unità navali di stanza in Istria. Si ordinò altresì l'incremento delle attività dell'Arsenale, cuore militare dello Stato. Bergamo era in rivolta, Brescia tranquilla  così come Crema. Verona era invece in fermento antifrancese, Padova e Treviso tacevano, per il momento. A Brescia in realtà vi era già stata una rivolta e la città venne abbandonata  dagli schiavoni. Il 21 marzo Bonaparte prendeva il controllo dell'accesso alle valli austriache, Treviso si proclamava fedele a Venezia. Ma una lettera degli ambasciatori veneziani inviati a parlamentare con Napoleone rivelò l’atteggiamento sempre più evasivo e sospetto del generale francese.

 

Il governo della Serenissima decise quindi di operare con la massima circospezione nei confronti dei francesi.  Il 25 marzo, i rivoluzionari lombardi filo-francesi occuparono Salò e Crema. Tutti questi fatti altalenanti spinsero Venezia a mobilitare le truppe e a difendere Verona e la sua piazzaforte militare. Gli occupanti francesi furono costretti a salvaguardare le apparenze, acconsentendo a non interferire con le forze veneziane, intente a riprendere il controllo dei loro territori.  



Il 1º aprile fu firmato un accordo, in cui Venezia accondiscendeva al pagamento di un milione di lire al mese a Napoleone, per il finanziamento della sua campagna contro l'Austria. In tal modo la Repubblica sperava di favorire una rapida conclusione del conflitto, con lo sgombero dei francesi a la rinnovata capacità di agire contro i rivoluzionari lombardi. Di fronte al diffondersi delle sollevazioni popolari a favore di Venezia e alla rapida avanzata delle truppe venete, i francesi furono costretti a soccorrere i giacobini lombardi, svelando definitivamente le loro reali intenzioni. Il 6 aprile un drappello di cavalleria veneziana venne fatto prigioniero a tradimento dai francesi e condotto a Brescia. 

 

L'8 aprile il Senato fu informato di scorrerie compiute fin alle porte di Legnago da rivoluzionari bresciani, travestiti da francesi. Napoleone, con un proclama, invitò la popolazione della Terraferma ad abbandonare Venezia. Il generale Junot, suo braccio destro, sottolineò con una lettera che la terraferma veneta si stava sollevando con moti anti-francesi. 

 

Il 12 aprile venne ordinata la massima vigilanza nei porti veneti, per la sempre più frequente presenza di navi da guerra francesi. Il 15 aprile, infine, l'ambasciatore di Napoleone a Venezia, informò il governo della Serenissima dell'intenzione del generale di sostenere e promuovere le rivolte contro il loro governo tirannico. Venezia rispose emanando un bando per imporre a tutti i sudditi la calma e il rispetto della neutralità.  

 

Il 17 aprile 1797 Napoleone firmò in Stiria un preliminare di pace con i rappresentanti dell'Impero d’Austria e, nelle clausole segrete annesse al trattato, egli già disponeva la cessione dei Domini di Terraferma di Venezia all'Impero austriaco, in cambio dello sgombero dei Paesi Bassi da parte di quest'ultimo.

 

Nello stesso giorno a Verona la situazione precipitò: la popolazione e parte delle truppe venete acquartierate, stanche dell'oppressione e dell'arroganza dei francesi, insorsero. L'episodio, noto come Pasque Veronesi, costrinse in breve le truppe d'occupazione alla difensiva, spingendole a rinchiudersi nei forti posti a presidio della città. Intanto la fregata francese “Le Libérateur d'Italie” tentava di forzare il porto del Lido, nel tentativo di saggiarne le difese. Le potenti artiglierie del forte di Sant'Andrea distrussero la nave, uccidendone il comandante. Il governo della Repubblica non seppe tuttavia sfruttare la situazione di momentaneo vantaggio e, sperando ancora di evitare un conflitto aperto, seppure a prezzo della perdita dei possedimenti terrestri, si rifiutò di mobilitare l'esercito e di inviare rinforzi a Verona che il 24 aprile fu costretta ad arrendersi.

 

Il giorno dopo, festa di San Marco, di fronte agli sbigottiti emissari veneti giunti a Graz, Napoleone, asserendo di possedere ottantamila uomini in armi e venti cannoniere pronte a rovesciare Venezia, lanciò una minaccia alla Serenissima e accusò Venezia di aver rifiutato l'alleanza con la Francia. L'armata napoleonica procedette quindi alla definitiva occupazione della Terraferma, arrivando ai margini della laguna. Il 30 aprile una lettera di Napoleone informò la Signoria della sua intenzione di modificare la forma di governo della Repubblica. L'ultimatum concesso era di quattro giorni. Nonostante tutti i tentativi di giungere a una conciliazione, il 2 maggio giunse ugualmente la dichiarazione di guerra da parte francese. Nell'ennesimo tentativo di placare Napoleone il Maggior Consiglio accondiscese all'arresto del castellano di Sant'Andrea, responsabile dell'affondamento della fregata francese e dei Tre inquisitori di Stato , magistratura invisa ai rivoluzionari perché suprema garanzia del sistema oligarchico veneziano. 

 

L'8 maggio il Doge Lodovico Manin si dichiarò pronto a deporre le insegne nelle mani dei capi giacobini: ma nonostante Venezia disponesse di una potente flotta e dei fedeli possedimenti Istriani e dalmati, oltre che delle intatte difese della città e della laguna, la nobiltà temeva la possibile rivolta popolare. Quindi venne diramato l’ordine di smobilitare le fedeli truppe di Schiavoni presenti in città.

 

La mattina del 12 maggio, tra voci di  congiure e dell'imminente attacco francese, il Maggior Consiglio della Repubblica si riunì per l'ultima volta. Nonostante alla seduta fossero presenti soli 537 dei mille e duecento patrizi aventi diritto e mancasse quindi il numero legale, il Doge, Ludovico Manin  consegnò la Serenissima a Bonaparte: con 512 voti favorevoli, 5 astenuti e 20 contrari, la Repubblica fu dichiarata decaduta. Mentre il consiglio si scioglieva frettolosamente, il Doge e i magistrati deposero le insegne e si presentarono quindi al balcone di Palazzo Ducale per fare l'annuncio alla folla radunatasi nella sottostante piazzetta. Al termine della lettura del decreto di scioglimento del Governo, il popolo si sollevò.

 

Ludovico Manin, l'ultimo Doge

 

Anziché inneggiare alla rivoluzione il popolo, al grido di Viva San Marco e Viva la Repubblica, issò il gonfalone marciano sulle tre antenne della piazza, tentando di reinsediare il Doge e attaccarono le case e i beni dei giacobini veneziani. I magistrati tentarono di riportare l'ordine, temendo di dover rispondere ai francesi dei tumulti e, verso sera, le ronde di arsenalotti e i colpi di artiglieria sparati a Rialto riportarono l'ordine in città.

 

La mattina del 13 maggio furono emanati tre proclami, coi quali si minacciava di morte chiunque avesse osato sollevarsi, si ordinava la restituzione dei frutti del saccheggio e si riconoscevano i capi giacobini come benemeriti della Patria.

 

 

Poiché il giorno successivo scadeva il termine ultimo dell'armistizio concesso da Napoleone, dopo il quale i francesi avrebbero forzato l'entrata in città, si accondiscese infine a inviare loro le imbarcazioni necessarie a trasportare quattromila uomini, dei quali milleduecento destinati a Venezia e i restanti alle isole e alle fortezze che la circondavano. Il 15 maggio il doge lasciò per sempre il Palazzo Ducale per ritirarsi nella residenza della sua famiglia, annunciando nell'ultimo decreto dell'antico governo la nascita della Municipalità Provvisoria.

 

La Serenissima si era arresa ai gaicobini stranieri e a Napoleone, senza alcuna resistenza. Una misera fine per una città che aveva dominato il Mediterraneo per quasi mille anni. La città venne saccheggiata dai francesi, che calarono sull'Italia del nord come avvoltoi, spogliando il territoriio non solo di dignità e onore ma anche di opere d'arte che, ancora oggi, si trovano al Louvre.

 

Leggendo di quello scempio e di quei saccheggi per la stesura e le ricerche del mio romanzo, ho scritto queste poche righe alla fine del libro per ricordare che, purtroppo, il Doge per primo e molti rappresententi del governo della Serenissima, non fecero nulla per proteggere cittadini e istituzioni, arrendendosi vergognosamente all'invasore straniero.

 

Dal mio romanzo Il Gioco dell'Inganno:

 

Il Maggior Consiglio si radunò, per l’ultima volta, la mattina del 12 maggio 1797. La seduta fu ritenuta legale, nonostante intervenissero solo cinquecentotrentasette su milleduecento nobili. Il Doge, Ludovico Manin, si raccomandò che venisse accettato «il sistema del generale Bonaparte».

 

La proposta venne approvata con cinquecentododici voti favorevoli.


Il doge, spogliate le insegne, si ritirò nelle sue stanze, i membri del Maggior Consiglio si affrettarono a uscire. Fu quindi mandato invito ai francesi di entrare in Venezia e, nella notte tra il 15 e il 16 maggio, le truppe occuparono S. Marco, Rialto e le isole. Erano i primi stranieri armati che, dopo undici secoli, entravano dentro un’inviolata Venezia.


Fra gli oggetti d’arte che andarono ad "abbellire2 i musei di Parigi, ci furono i più bei dipinti del Tiziano, del Veronese, del Tintoretto, del Bellini e del Mantegna; preziosi manoscritti furono prelevati dalle biblioteche della città e di Treviso, Padova e Verona. Statue, bassorilievi, medaglie, vasi, gli argenti delle chiese; fu saccheggiato l’arsenale, bruciato, distrutto tutto ciò che non si poté sottrarre. Mentre i francesi rubavano, le gazzette tuonavano contro i tiranni del passato e inneggiavano alla libertà e all’uguaglianza.


I quattro cavalli della Basilica e il Leone sasanide, emblema di S. Marco Evangelista e posto sulla colonna della Piazzetta, furono calati a terra e spediti in Francia. Avrebbero sfilato a Parigi nella gran parata del 27 e 28 luglio 1798, assieme ad altri capolavori "prelevati" in altre città d’Italia. La sistematica spoliazione continuò per mesi. Furono distrutti molti palazzi, simboli storici di Venezia: sessantuno in città, quindici a Murano.

 

Il 4 giugno, in Piazza S. Marco, la domenica di Pentecoste si ballò, furono bruciate le insegne dogali e il Libro d’Oro, il registro dei nobili gelosamente custodito in Palazzo Ducale. Fu fatta a pezzi, strappata, oltraggiata anche la bandiera di S. Marco e, sulle pagine del libro tenuto dal leone alato, al posto dell’antica incisione «Pax tibi, Marce’, venne scritto: "Diritti dell’uomo e del cittadino".


Lorenza, suo padre, Jacopo e Corrado, i protagonisti del mio romanzo, non assistettero a tutto ciò: il 23 giugno 1797 salparono da Trieste alla volta di Roma. Jacopo non avrebbe potuto assistere allo scempio di Venezia, di mille anni di storia e civiltà in nome di qualcosa che non esisteva e non sarebbe esistito tra gli esseri umani: uguaglianza e democrazia.

 

Utopie contro la natura umana.


Giovanna Castiglioni, sfuggita ai tumulti che serpeggiavano in città grazie a Corrado, era a bordo con loro. Marietta e Jean-Jacques rimasero a Bellosguardo per i successivi due anni poi, vendute tutte le proprietà non ancora confiscate e con i loro tre figli, lasciarono la laguna per raggiungere i loro amici. Nessuno di loro avrebbe mai potuto dimenticare il passato. E la Serenissima Repubblica di Venezia.


Le nostre sostanze, il nostro sangue, le nostre vite
le xe sempre stae per tì, o S. Marco,
e felicissimi sempre se avemoreputà,
tì con nù, nù con tì;
e sempre con tì sul mar nu semo stai illustri e virtuosi [...]
Per tì in perpetuo saravestae le nostre sostanze, el sangue la vita nostra,
e piuttosto che vederti vinto e disonorà dai toi,
el coraggio nostro la nostra fede se averave sepelìo sotto di tì.
Ma za che altro non ne resta da far per tì
el nostro cuor sia l’onoratissima to tomba
e el più puro e el più grande to elogio: le nostre lagrime.

 


Discorso del Capitano Giuseppe Viscovich alla sepoltura del Gonfalone di San Marco a Perasto, in Montenegro, il 23 agosto 1797.

 

 

 

 

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