Storie a lieto fine

April 16, 2018

Il Romance non è altro che l’Amore con la A maiuscola, declinato in storie sempre diverse, intriganti, appassionanti trasferite su carta. Ma, come accade nella vita vera, anche nel campo del Romance si devono seguire certe regole, ovvero uno speciale canovaccio. La trama esige dei clichés in cui noi lettrici ci ritroviamo e che gli scrittori di questo genere sono tenuti a rispettare quindi... scrittore avvisato, mezzo salvato.

 

Regola principe: un romance che si rispetti deve avere sempre il lieto fine. L’eroe non deve morire. Magari può finire nella pentola dei cannibali, perdersi nel Sahara in compagnia di un cammello o essere travolto da un uragano o, ancora, trascinato negli abissi dalla cugina di Moby Dick ma dovrà comunque uscirne sano e salvo e ci sta bene se ne esce sfregiato, zoppo, con un occhio solo o col corpo martoriato (meglio se muscoloso, eh?). Da ricordare, regola tra le regole, una parte delle sua anatomia deve essere considerata sacra (e so che avete capito quale).



Non tutte le scrittrici la rispettano ma se la applicassero, ci risparmierebbero un sacco di noia: i due protagonisti si devono incontrare entro il primo o il secondo capitolo, sacrosanto. Sembra logico, vero? Eppure a volte non è così. Ho letto di recente un libro d’amore contemporaneo dove l’eroina arriva subito (eh, ci mancava!) ma l’eroe, che evidentemente aveva impegni inderogabili altrove, si è presentato a pagina settanta su un totale di duecento. Il fellone. Navigazioni solitarie, eremiti, anacoreti quelli ci stanno in altri contesti ma nei romance, per carità, alle eroine date uno straccio di uomo, bello o brutto o sciancato che sia, ma dateglielo presto! Le poverette devono pur rodersi il fegato e soffrire e visto che noi lettrici ci struggiamo con loro, lo esigiamo. Ammettiamo una sola eccezione: quando c’è una “schiera” di eroi potenziali e noi e la nostra eroina dovremo passare il resto del libro combattute sulla scelta del maschio alfa di turno.

 

Parliamo dei romance contemporanei: l’eroina non deve più essere necessariamente casta e pura. I tempi sono cambiati, care le mie scrittrici. Basta con le pulzelle ancora vergini a ventisei anni o più! Che magari sono pure belle e intelligenti… no scusate, dov’erano gli altri uomini mentre queste madonnine infilzate aspettavano il loro eroe? Tutti allo stadio? Dai, non ci crediamo PIU'! Sia chiaro, adesso non è che vogliamo Ruby Rubacuori, eh? Ma che ne dite di una via di mezzo? Vero è che una vergine resta sempre un bocconcino prelibato per il nostro eroe di turno, il premio ambito, la succulenta ricompensa per tutti i guai che gli piombano sul groppone. Ma anche loro dovranno adeguarsi.



L’eroe può anche essere povero ma non in una situazione economica molto peggiore di quella dell’eroina. Dico, fateci sognare in pompa magna! Se deve essere F.F.F. (Figo, Fisicato Fascinoso) fatelo pure ricco e, perbacco, il suo stato sociale dovrà essere elevato, elevatissimo, che dico… nobile e ricco. Ecco le accoppiate preferite dalle lettrici: conte/cameriera, duca/sempliciotta, uomo d’affari/vedova spiantata e via così. Unica eccezione, il caso di un tizio che ha fatto fortuna in circostanze fortuite e singolari: si è perso nel Sahara, il cammello è precipitato in un burrone e lui, per salvarlo ha scoperto una miniera d’oro.

 

Gli eroi non devono mai essere pigri, indolenti fino all’ultima riga. O cattivi senza speranza. O crudeli senza redenzione. Devono possedere uno spiccato senso dell’onore, anche se agli occhi del mondo sembra che non ne abbiano affatto. Possono essere assassini, sicari o pessimi soggetti. Spietati sì ma alla fine, redenti. E le eroine? Mai troppo rancorose, invidiose o cattive. No alle copie delle sorellastre di Cenerentola e, per l’amor del cielo, non chiamatele Genoveffa. Voi direte: e la libertà di scrivere ciò che ci pare? Care scrittrici e scrittori, il rischio potrebbe essere che al secondo capitolo il vostro libro voli dalla finestra.

 

Meglio se le vostre eroine sono donne normali, non troppo “sui generis”. Non propinateci una protagonista che sa leggere i caratteri cuneiformi e parla l’antico egizio, che sa sparare con un MK47 e centra un passero a due chilometri, o conosce la meccanica quantistica e, udite udite, ha allevato i dieci fratelli e le tre sorelle sola e senza un soldo. Magari la fate pure maltrattare dalle cugine invidiose o dal solito zio adottivo (e caprone). Dateci un taglio, è troppo. Questa non è un’eroina di un romance, è Xena, la Principessa Guerriera. Le vogliamo umane per favore, così ci possiamo immedesimare a nostro agio.

 

Sicure care autrici, che le lettrici non siano un po’ stufe di tutti questi conti inglesi belli, muscolosi, ricchi, dissoluti fino alla noia? Proprio qualche giorno fa rileggendo un libro di una grande autrice che ha pubblicato una serie con un sacco di fratelli e sorelle, ho fatto questa riflessione: ma a Londra, a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, c’erano solo libertini depravati e belli da togliere il fiato? Con capacità amatorie degne di un dio greco, ricchi sfondati e titolati? Perché, mannaggia, non sono nata in quel periodo? Questa non la mando proprio giù. Qualcuna di voi pensa la stessa cosa? Vi prego, confortatemi.

 

Alla fine (del romance) non sorvolate sulle nozze e il frutto dei teneri lombi, ovvero un pargoletto che tramandi l’altolocata stirpe e che tutte le lettrici siano invitate al matrimonio fastoso, segreto, anticipato o con licenza speciale.

 

In ogni caso, insomma, fateci passare davanti all’altare, anche solo per un saluto!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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