Massimo Valerio Messalla è esistito davvero?

Spesso noi scrittori di romanzi storici ci troviamo di fronte a un dilemma: inserire o meno personaggi realmente esistiti nella nostra trama immaginaria? Si è davvero liberi raccontare la vita di qualcuno che magari ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’umanità? Direi di sì, basta conoscere tutto di lui, come se fosse il vostro più intimo amico.  Un esempio? Nel mio romanzo storico Il Gioco dell'Inganno (ed. Leggereditore - 2013) Napoleone Bonaparte è parte integrante della trama, che racconta della caduta della Serenissima Repubblica di Venezia in mano ai francesi nel 1796. Per "conoscerlo" meglio ho letto le sue memorie, scritte durante l’esilio a Sant’Elena e due biografie: Napoleone il Grande (Andrew Roberts, ed. Utet) e Napoleone, il Flagello d'Italia: le invasioni, i saccheggi, gli inganni (Antonio Spinosa Oscar Mondadori Storia Vol. 106).

 

Nei romanzi della serie Roma Caput Mundi (ed. Leggereditore), avete incontrato imperatori famosi come Caligola e Claudio, la sensuale Messalina e storici, scienziati, medici, tutti realmente vissuti nel I secolo, l'epoca in cui si svolgono le vicende narrate.

 

Nell'ultimo romanzo di questa serie, Il Leone di Roma (ed. Amazon Publishing - 2017) il protagonista è Massimo Valerio Messalla, un giovane aristocratico che ha intrapreso la carriera militare e appartiene alla gens Valeria, clan familiare patrizio di origine sabina, molto probabilmente facente parte delle cento gentes originarie ricordate dallo storico Tito Livio. Il capostipite forse fu un Volusus o Valesus. Il praenomen diede origine al nomen Valesius (testimoniato da epigrafi del VI secolo a.C.), che poi si trasformò in Valerius.

 

Nel 509 a.C. un discendente di questo Valesus, Publio Valerio Publicola cacciò, insieme a Lucio Giunio Bruto, Tarquinio il Superbo dando inizio alla Repubblica romana e ricoprendo per primo la magistratura consolare. Per queste nobili e gloriose origini, i Valerii divennero una delle famiglie romane più illustri e influenti e ricoprirono per ben settantaquattro volte la carica di Console, secondi solo ai Cornelii, che ebbero il consolato per centosei volte. Furono molto attivi per il riconoscimento dei diritti dei plebei durante il primo periodo della repubblica, ed ebbero la propria residenza sulla sommità della collina Velia.

 

Godevano di straordinari privilegi: erano gli unici le cui porte si aprivano direttamente sulla strada; nel circo avevano un seggio speciale a loro riservato e potevano seppellire i loro defunti all'interno delle mura della città, privilegio riservato a pochissime famiglie e lo mantennero anche quando passarono dall'uso dell'inumazione a quello della cremazione. Ebbero anche il diritto di coniare monete. Sembra inoltre che, durante il periodo di transizione dalla monarchia alla repubblica, i membri della Gens Valeria avessero il privilegio di esercitare i poteri regi in virtù della loro origine sabina e quindi della loro appartenenza alla tribù dei Tities.

 

Manius Valerius Maximus Messalla (III secolo a.C.) apparteneva alla Gens Valeria, figlio di Marco Valerio Massimo Corvino. Manio fu censore nel 252 a.C. con Publio Sempronio Sofo e divenne console per la Reppubblica romana, come suo padre, con Manio Otacilio Crasso nel 263 a.C.. 

 

Durante la prima guerra punica, i due consoli (a quel tempo i consoli comandavano anche l'esercito in caso di conflitti) scesero in Sicilia, al comando di una legione ciascuno. I Fasti Trionfali (elenco annuale dei trionfi dei magistrati pubblicati nel 12 a.C.) riportano che Messalla conseguì grandi vittorie conquistando molte città tra cui Messina e Catania e sbaragliando i cartaginesi nella battaglia di Imera.

 

I siciliani, scontenti del governo dei cartaginesi e dei greci, non opposero resistenza all'arrivo dei romani e Gerone II di Siracusa offrì loro la propria alleanza. Messalla accettò l'offerta del tiranno facendogli firmare un trattato di pace, che limitò la sovranità siracusana alla Sicilia sud-orientale. Nonostante la coordinazione dei due consoli durante le operazioni belliche, i contemporanei ascrissero a Messalla il principale merito dei successi riportati, concedendo solo a quest'ultimo il trionfo "De Paeneis et Rege Siculorum Hierone" (Fasti).

 

Al suo ritorno a Roma portò con sé la prima meridiana, presa a Catania, e la fece posizionare su una colonna nel Foro. Nella Curia Hostilia fece dipingere un affresco raffigurante la battaglia tenutasi a Imera, opera che venne considerata da Plinio come uno dei primi incoraggiamenti dell'arte pittorica a Roma.

 

Durante la sua censura degradò quattrocento equites e, nel suo De Brevitate Vitae, Lucio Anneo Seneca spiega che l'agnomen Messalla viene dalla storpiatura di Messana, il nome della città che il console liberò nel corso della sua spedizione in Sicilia. Divenuto un cognomen, esso contraddistinguerà la branca della gens Valeria discendente dal Messalla in questione per circa otto secoli e molti saranno nella storia i Manio, i Massimo e i Marco Valerio Messalla.Vedete dunque come i personaggi storici realmente esistiti si possono adattare, con un po' di abilità e fantasia, anche alle nostre storie. In un certo senso, rivivono tra le pagine dei nostri romanzi. 

 

(fonte principale Wikipedia, l'enciclopedia libera a questo link:  Manio Valerio Massimo Messalla)

 

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